martedì 2 febbraio 2010

IL SIGNORE DELLE MOSCHE

Beelzebub

Tutto ha inizio alcune migliaia di anni fa. Golding lo sa bene. Per questo il titolo del suo romanzo più famoso traduce l’espressione arcaica Baal-zebub, letteralmente il signore delle mosche, citato con questa espressione nel libro dei Re (“Andate e interrogate Baal-zebub, dio di Accaron…” 2,1-2). Stiamo parlando di Satana, insomma, l’Avversario, l’Accusatore, divinità di origine fenicia con il nome di Baal, idolatrata in seguito dai cananei e chiamata da Cristo “principe di questo mondo”. Lunga è la teoria dei nomi di Baal-zebub. Da diavolo “colui che divide”, a Lucifero “portatore di luce”. Inquietante la circostanza che l’altro portatore o creatore di luce sia il dio misericordioso della Bibbia il cui lufiferente attributo coincide con le caratteristiche dell’Avversario.

La vicenda dei bimbi e bambini catapultati su un’isola corallina del tutto deserta, a causa di un incidente aereo, appare dunque segnata fin dalla prima di copertina da un fetore sulfureo.

Ecco, avverte Golding, come eravamo. E come siamo tuttora, irrimediabilmente legati alle nostre oscure origini. Proveniamo da radici crudeli e spietate che affondano in una superficie melmosa e buia. C’è, nel bel libro di Golding, un grido d’allarme urlato a gran voce davani agli occhi del mondo contemporaneo (il romanzo uscì nel 1954). Un invito pressante a riflettere, a fermarsi anche solo per qualche istante a guardare intorno a noi. Dentro di noi. Nulla è cambiato però. Quei bambini condannati dal caso ad una convivenza forzata, percorrono a ritroso in poco tempo, senza la minima deviazione, la medesima strada seguita dall’umanità nel corso di un’evoluzione durata molte centinaia di migliaia di anni. Un percorso lastricato di violenza. Con gli stessi, tragici esiti. Come allora l’unica speranza di sopravvivenza per l’Uomo-bambino è l’accettazione di alcune regole di convivenza, se non del tutto pacifica, almeno armistiziale. Norme che totemizzano nell’oggetto simbolo del potere. Dapprima nella conchiglia-scettro. Poi, in pieno parossismo, nella testa di maiale divorata dalle mosche. Baal-zebub è già presente.

La storia dei bambini sull’isola prende a muoversi dalla scoperta della grossa conchiglia di cui Ralph si impossessa. L’istinto, sempre lo stesso che guiderà l’azione del gruppo, gli dice che la salvezza di quella minuscola società risiede nello strumento che è, insieme, tromba del giudizio, cimbalo di guerra, campana di adunanza, ancora primordiale di salvezza.

“Dov’è l’uomo col megafono?” . La prima domanda indica con precisione il simbolo dell’autorità che può salvare dal caos del tutti contro tutti instaurando una gerarchia che posa reggere una sorta di solidarietà coatta del gruppo destinato però in breve tempo a trasformarsi in orda. Non conta chi lo impugna. Conta la normatività dello strumento che diventa quasi subito un’altra cosa . “Dov’è l’uomo con la tromba?” chiede Jack attirato sulla spiaggia con altri ragazzi dal suono imperioso della “zanna lucente”.

La regressione, il ritorno alle origini è già in atto: la voce umana trasmessa dall’”imbuto” trasfigura nel potere arcaico e arcano del suono puro E immediatamente si presenta l’antagonista. E’ chiarissimo. Sarà lui, Jack, a far crollare con esiti tragici l’autorità della “zanna” alla quale Ralph si aggrapperà disperatamente fino all’ultimo. E’ il grassoccio Piggy a porre per primo l’interrogativo. E’ trascorsa solo una manciata di minuti ma l’oggetto assume già i connotati autoritativi dello scettro. Piggy cerca la legge degli adulti che finora lo ha sempre confortevolmente guidato e rassicurato. Desidera una norma alla quale aggrapparsi. Vuole che la tromba squilli forte per mettere in fuga i fantasmi della solitudine e dell’abbandono, gli elfi maligni della foresta.

E ecco la conchiglia. Ralph la trova e se la tiene stretta. Chiama a raccolta i sopravvissuti con la voce eterna del mare. La storia ha inizio qui e qui finisce.

Sappiamo già quello che sta per accadere, riga dopo riga, sotto un cielo di cristallo blu. Fino all’esito tragico del sacrificio umano voluto e perpetrato da primati-bambini in nome del “ramo d’oro” strappato dalle mani di un piccolo re-della-conchiglia . Un re, dai tratti nemorensi, che deve morire. Il Signore delle mosche esige un tributo di sangue. “Prendetelo! Ammazzatelo! Scannatelo!” Simone ha il solo torto di aver rivelato la vera natura della bestia, il suo aspetto umano, la sua anima terrena e psichica. Per questo deve morire: per aver fatto luce sul mistero , colpevole di aver rivelato una verità indicibile e innominabile. Ogni rivelazione, ogni conoscenza, da Adamo a Cristo, da sempre comporta un sacrificio. La bestia è nella nostra mente e ne abbiamo bisogno per accettare e giustificare un’antica colpa, un peccato mai commesso. L’uomo, la nostra “umanità”, è morto già dal prologo.

Il lieto (lieto?) fine non inficia il senso della sconvolgente parabola che descrive una sorta di “Apocalypse now” ante litteram, densa di echi frazeriani. “Orrore, orrore…” mormora il lettore con adeguata espressione di disgusto insieme a Brando- Kurtz che sta per essere ucciso dal “nuovo re” mentre la cinepresa guidata dalla mano di Coppola, pochi secondi prima del sacrificio, con lento e apparentemente distratto movimento, inquadra un vecchio libro abbandonato su un tavolo: “The golden bough”.

Al termine delle intense pagine di Golding i ragazzi vengono salvati. Ne mancano “soltanto” due: il grassoccio e femmineo Piggy “caduto sul campo”, e il piccolo Simone, vittima sacrificale della “bestia”. Tutto si fa chiaro nella “sacra selva di Nemi”. Tutto accade perché da sempre deve accadere.

venerdì 29 gennaio 2010

IL RISVOLTO DI CUPERTINO

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Sia l’ipad. E l’ipad fu. E Styahweh Jobs vide che era buono e giusto.

E’ nato, finalmente. C’è chi dice che sia nato morto. Altri sostengono con entusiasmo che si tratta di una rivoluzione senza pari in materia di multimedialità. Insomma il solito Steve Jobs (il dio-genio-padrone di Apple) che, avvolto da un’aureola virante al blu intenso, fra gli applausi di una ben organizzata claque di rappresentanti della cosiddetta “stampa specializzata” (ma non solo quella), ha presentato sul palco dello Yerba Buena Center di San Francisco, nel cuore della schwarzeneggeriana California, l’ipad: summa tecnologica dell’e-universo multi-touching-tasking-searching-playing and so on. Metteteci tutto quanto fa informatica di consumo e avrete un’idea sostanzialmente esatta delle caratteristiche del prossimo oggetto del desiderio virtuale di milioni di assatanati teenagers ma non solo. Come sempre accade in questo settore, il mondo si è diviso. “Avrà un successo epocale”; “Sarà un iflop disastroso”. Non ci sono vie di mezzo. Bipolarismo informatico globalizzato.

Ma l’ipad stevejobsiano è davvero uno strumento avveniristico destinato a soppiantare in sol colpo notebook, netbook, ebook, iphone, ipod, gps, e via siglando? Le prime notizie parlano di una specie di contenitore elettronico tuttofare con caratteristiche d’avanguardia in grado di far immergere in un empireo di ebbrezze informatiche i “fortunati possessori” del magico strumento. Cito da un sito internet specializzato (www.wintricks.it) :

L’iPad dispone anche di accelerometro, bussola digitale, microfono, altoparlante, connettività Bluetooth 2.1 e può collegarsi ad Internet tramite Wi-Fi. Su iPad possono girare le applicazioni già sviluppate per iPod Touch e iPhone, anche a tutto schermo.

Porca puttana! E’ una bomba. Non sappiamo però se sia in grado di produrre anche té, caffé, cappuccino e cioccolata calda con panna. In compenso consente di

navigare su Internet e consultare la posta elettronica, visualizzare foto e filmati, ascoltare musica, consultare mappe digitali e giocare.

Figo! I lavoratori della (ormai quasi ex) Fiat di Termini Imerese faranno la coda per accaparrarsene uno alla modica cifra (modello base) di quasi 500 dollari, circa €360 . Mica pochissimo ma vuoi mettere per uno strumento che fa futuro come una bestia e che pesa appena 670 grammi, è lungo circa 30 centimetri e largo 20 e ha uno schermo multi touch con la diagonale di 9.7 pollici (pardon: inches; apprezzate la precisione multilingual o no?) e uno spessore di appena 1.3 centimetri. Par condicio impone adeguata conversione: circa 0.5 pollici. O, se preferite, 0.7 anulari, ovvero 0.6 medi. Un algoritmo di conversione centimetri – alluci non è stato ancora implementato. Ma Steve Jobs ha rivelato che, in collaborazione con alcuni ricercatori del Mit, ne sta progettando uno da inserire tra i pacchetti software disponibili nella prossima versione dell’ipad che sarà denominato, per l’occasione, ibigtoe. Oppure ihandjobs se gli jeromonaci di Cupertino riusciranno ad implementare tra le funzioni di ipad anche una suite per realizzare sesso sicuro e garantito.

Ma la vera e sconvolgente novità del neonato mostro (o mostriciattolo?) di Cupertino, Silicon Valley, riguarda un risvolto assolutamente inatteso: l’ipad consentirà di sfogliare quotidiani e libri: La notizia, come si può capire, è una vera bomba. Basta leccate di dita per passare da una pagina all’altra. Basta crisi isteriche in caso di perdita del segnalibro preferito. Basta, soprattutto, con quella spossante ginnastica sul metrò affollato, nel vano tentativo di aprire e consultare il nostro quotidiano preferito. E’ sufficiente sborsare €360 e il gioco è fatto. Sotto gli sguardi lividi d’invidia degli altri passeggeri, ostenteremo con superiore indifferenza il nostro e-quotidiano formato tablet essendo ormai il tabloid reperto archeologico desueto e tardoromanticamente improponibile. Certo dovremo adattarci alla novità dello strumento evitando di umettare l’indice nel tottiano tentativo di sfogliare l’ipad, notoriamente privo di pagine cartacee. Ma dopo i primi giorni non sarà più un problema: ce la faremo. E saremo finalmente felici. Insieme a Jobs. E gli editori di libri e giornali saranno infelici. Per sempre.

lunedì 25 gennaio 2010

LA BOCCIATURA DI BOCCIA E GLI ASINI DI BURIDANO

 

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E' andata come tutti (tranne D'Alema) si spettavano. Vendola succede trionfalmente a se stesso. Lo fa a furor di popolo con una maggioranza bulgara. Il 73% dei voti con i quali il Governatore pugliese uscente si aggiudica le primarie contro il dalemiano Boccia, è più che illuminante. Per una serie di motivi alcuni dei quali dirimenti per una valutazione politicamente corretta del Pd e del futuro del centro-sinistra italiano. O, se preferite, sinistra-centro: l'inversione dei termini non mi sembra significativa né la presenza o meno del trattino. 

  Innanzitutto perché conferma, con buona pace dei detrattori, che il sistema delle primarie, oltre a costituire strumento potente di democrazia interna, funziona davvero.  La seconda nomination di Vendola ne è una prova indiscutibile. Anche se, ovviamente, l'esito del confronto elettorale di marzo, in Puglia, è tutt'altro che scontato.

  Poi perché  i risultati usciti dalle "urne" chiariscono una volta per tutte come, ancora una volta, Massimo D'Alema abbia assunto una decisione che i risultati, quelli che soli contano in una competizione di qualsivoglia natura, hanno mostrato essere completamente sbagliata.   Nel merito, perché la "figura politica" di Vendola nell'ambito delle primarie era, per chi non volesse chiudere pervicacemente entrambi gli occhi, assolutamente inattaccabile.   Nel metodo perché battersi apertamente e scriteriatamente contro un avversario (tale è D'Alema per Vendola anche se formalmente il contendente era Boccia) in condizioni di palese inferiorità numerica e soprattutto politica, è sempre un errore gravissimo. Spesso rinunciare allo scontro (non alla lotta) è segno di buon senso, lungimiranza e coscienza dei propri limiti. Chi non lo sa fare è destinato alla sconfitta. Terreno, quest'ultimo, la cui polvere il pidiessino "re di Puglia", grande ed esperto perditore, conosce piuttosto bene fin dagli antichi tempi della sciagurata esperienza bicameralista. Per questo ha spiegato: “La larga vittoria di Vendola conferma il legame del presidente della nostra Regione con tanta parte dell'elettorato del centrosinistra, compresi gli elettori del Partito democratico'' . C'est à dire che stimo meno l'intelligenza politica di d'Alema che la sua intelligenza.  Ma forse mi sono perso qualche cosa.

  Tertium, ma non per importanza, i fatti di Puglia fanno emergere per l'ennesima volta i problemi strutturali di una forza politica (chiamare il Pd “partito” è esercizio di temeraria approssimazione ed onomastica nostalgia), completamente e forse irrimediabilmente impastoiata in una rete inestricabile di poteri contrapposti, di giustapposizioni intestine, di spinte e controspinte destinati a rendere improponibile qualsiasi politica di alleanze, qualsiasi poltica tout court  e ingovernabile il "soggetto politico". Vale a dire  la sinistra pressoché intera.  La politica è, mutatis mutandis, come un perenne stato di guerra. Con le sue strategie, le sue tattiche, truppe, eserciti, ufficiali.  Anche alleanze, certo. Ma D'Alema, contrariamente a quanto fece Stalin nei confronti del Papa, si è mai chiesto quante divisioni avesse Vendola? Una compagine (politica o militare) nel cui nucleo principale allignano troppi colonnelli, generali e capi di Stato maggiore, precipita prima o poi nella paralisi. E nel ridicolo. A proposito di divisioni: non sarebbe opportuno parlare seriamente anche di quelle presenti (in senso aritmetico) nel Pd? 

  Su tutto ciò pesa, infine, il problema delle alleanze, che solo in apparenza è un altro tema visto che l’abbandono di Vendola per Boccia è, in definitiva,  un problema di scelta dei compagni di strada. Proprio come la decisione di allacciare occasionali alleanze con l'Udc di Casini (e passi!) ma anche di Salvatore Cuffaro, condannato nei giorni scorsi a sette anni in appello per aver favorito un boss della mafia. Farà, anche questa volta, il senatore udc una indigestione di cannoli per festeggiare la condanna come  fosse un'assoluzione? Da sottolineare la non irrilevante circostanza che la Corte d'appello di Palermo ha riformato la sentenza di primo grado, portando la condanna da 5 a 7 anni.

  In realtà è stata, quella del Pd, una scelta quanto mai improvvida e miopissima. Non è possibile chiedere a gran voce la moralizzazione della vita pubblica, la cacciata dalle liste elettorali di tutti i pregiudicati, la rigorosa denuncia delle connivenze tra criminalità e politica, per poi scendere a patti, sia pure localmente, con un partito nelle cui file Cuffaro, ex governatore della Sicilia, ricopre tuttora un ruolo di rilievo. 

  Ma, si potrebbe obiettare, anche in politica la presunzione di innocenza dell'imputato vale fino alla sentenza definitiva. Verissimo. Ma stiamo parlando, appunto, di politica e in questa sfera i tanto invocati motivi di opportunità, se non vogliamo scomodare valori come l'onestà e il rigore morale, devono essere tenuti in grandissimo conto. Questo, nel caso delle alleanze elettorali con l'Udc, il Pd non l'ha fatto. Siamo compagni di merende di un "presunto" (la prudenza non è mai troppa: manca ancora un grado di giudizio)  favoreggiatore della mafia. Per soprammercato il localmente alleato Casini continua a difendere Cuffaro e a "metterci la mano sul fuoco" (cito ad sensum).

  Il segretario dell'Udc si ricordi di Porsenna. Invitiamo anche il compagno Bersani a sfogliare Wikipedia per rinfrescarsi la memoria sul gesto (assolutamente cosciente, in quel caso)  del lucumone di Chiusi, che si colloca fra storia e leggenda ma che potrebbe trasformarsi in attualissima  cronaca politica.

  Intanto in Umbria il gioco al massacro all'interno del Pd rischia di ripetersi. l'ex tesoriere del partito di Bersani, Mauro Agostini, rimane aggrappato alla sua candidatura in caso di primarie, in contrapposizione alla governatrice uscente Rita Lorenzetti. Per salvare capra e cavoli si pensa di mediare con il segretario regionale pd Lanfranco Bottini. Che farà il Pd? Ricordate l'asino di Buridano che morì di fame per non saper  decidere, fra due, da quale balla di fieno mangiare?  Ecco. In Umbria la situazione è ancor più complicata perché le"balle" sono tre.  Evenienza che nemmeno Leibniz, trattando il problema del determinismo causalistico nei “Saggi di teodicea”, aveva preso in considerazione. Avete davvero bisogno che vi dica come andrà a finire?

venerdì 22 gennaio 2010

SE IL VELO DIVENTASSE BANDANA

 

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Il caso, l’ennesimo in questa materia, è esploso per così dire con sommesso clamore. “Qualcuno” ha impedito a Fatima, studentessa di 13 anni, di origine palestinese, di leggere il suo discorso al presidente Napolitano durante la visita del capo dello Stato a Reggio Calabria. Un impedimento (anche questo legittimo?) derivante dal velo che la ragazzina, di famiglia musulmana, avrebbe indossato durante la lettura di un testo, preparato per giorni con meticoloso impegno.  “Qualcuno” le ha telefonato durante il viaggio da Riace a Reggio C. per “suggerirle” di togliersi l’hijab  durante la lettura del suo intervento  davanti a Napolitano. Il quale, per inciso, l'ha comunque ricevuta ed ascoltata. (nella foto)

  La storia, anzi la cronaca, è tutta qui. Certo non è poco. Torna a manifestarsi quella paura dell’ignoto (dell’altro, del diverso chiamatelo come volete) che accompagna l’uomo dalle sue più lontane origini. Si tratta di una di quelle caratteristiche umane che René Girard definirebbe “…nascoste fin dalla fondazione del mondo”. E che improvvisamente ma non del tutto inattese, irrompono in superficie e ci si rivelano con immediatezza prorompente. Si rivelano, appunto. Rivelare, “re  velare”. Mostrare? O nuovamente celare, dissimulare?   Nascondimento  oppure manifestazione? La lingua, questa è la verità, è ambigua almeno quanto l’umano pensare. 

   Equivocità che appare sottolineata persino dall’aspetto lessicale dell’oggetto.  Lo chiamano tutti velo. Ma non tutti sono d’accordo sul significato  del termine. Molti sotto questo  nome comprendono anche hijab, burkaniqab, quell’abito monacale che lascia scoperti soltanto gli occhi.  Insomma, velo, foulard, hijab, burka o niqab, sempre di pietra dello scandalo si tratta.

Ma  guardate la foto che illustra questo scritto. Un volto puro di giovanissima donna incorniciato da un panno decorato, a coprire il capo e le spalle. Preferiamo definirlo foulard, alla francese  insomma. No, dicono inviperiti i puristi catto-giudaico-cristian-padani,  è un velo islamico. Dunque da abolire e proibire  almeno nei luoghi pubblici. Nel privato, se non le becchiamo sbirciando dal buco della serratura, se lo possono anche mettere.

  E’ soltanto (e non è poco), sostengono ancora altri, l’ennesimo segno di sottomissione maschilista dell’elemento femminile diffuso nel mondo islamico. Ergo va abolito. Anche perché il Corano non lo prescrive. Dunque la religione non c’entra. Non è del tutto vero ma insomma un po’ di approssimazione può servire. Soprattutto agli ignoranti. Chi sa leggere e scrivere (non è necessario saper anche far di conto) sfogli il Corano fino alla Sura XXIV An-Nûr (La Luce); 30 – 31

  “E di' alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto “.

Allora il Corano e la religione che su esso si fonda, c’entrano o no? La risposta inevitabile è un sonoro boh! Anche perché quel  sibillino “…se non quello che appare” rimescola le carte di un mazzo già molto disordinato. Se dobbiamo mostrare ciò che appare non si capisce bene che cosa si debba coprire. Pardon, velare. A meno che quel “ciò che appare” significhi qualcos’altro. Entriamo così nel terreno melmoso dell’esegesi e dell’interpretazione testuale. Infatti c’è chi traduce i versetti incriminati in questo modo

“…dì alle credenti che abbassino gli sguardi e custodiscano le loro vergogne e non mostrino troppo le loro parti belle, eccetto quel che di fuori appare, e si coprano i seni d'un velo  e non mostrino le loro parti belle altro che ai loro mariti, o ai loro padri o ai loro suoceri o ai loro figli... ».

Un testo nel quale taluni potrebbero individuare un allusivo  invito a rapporti incestuosi o comunque interparentali. Invito che è presente anche nella precedente citazione e che ho omesso solo per esigenze di brevità. Su questo punto  le traduzioni sono unanimi.

  In base alla seconda traduzione, però, “ciò che appare” potrebbero essere i seni, questi sì da coprire. Ma allora perché celare anche il capo e il viso? Questo il segretario di Muhammad non l’ha scritto. Come? Non lo sapevate? Il Corano non l’ha scritto Maometto che pare non sapesse leggere né scrivere (anche su questo elemento non ci sono certezze, solo ipotesi più o meno ragionevoli). Sembra che il testo sia stato composto nel 632 d.C., circa 20 anni dopo la morte del Profeta, dal suo segretario  Zaid ibn Thabit  su richiesta  del califfo Othman.  Ma anche in questo caso certezze non ce ne sono.

  Un bel pasticcio. Ma i cattolici sono abituati a ben altri esegetici salti mortali in materia di testi sacri. Un pasticciaccio per una volta almeno non solo “all’italiana”.  In Francia, proprio la patria della Marsigliese, del motto illuministico rivoluzionario “libertè, egalité, fraternité”,  sono messi peggio  di noi visto che il foulard (questa volta il francese si impone) è proibito in tutte le scuole  pubbliche primarie e secondarie. Il divieto non si limita al velo islamico ma riguarda anche le croci cristiane di una certa dimensione, (bisogna armarsi di righello e/o calibro per rispettare la legge) la kippah ebraica, il turbante dei sikh e, con supremo sprezzo del ridicolo, come spiegò Luc Ferry il ministro dell’istruzione in carica all’epoca della entrata in vigore della legge (2004) , "una certa pelosità" (sic!), vale a dire l’onor del mento (barba) qualora sia fatto crescere in base ad alcune regole del diritto musulmano.  Per la barba del Profeta, non è ridicolo tutto ciò? No, è grottesco.

  Di fronte a simili querelle persino la disputa crocefisso sì, crocefisso no che ci ha deliziati qualche settimana fa, appare come una nobile disputa, ancorchè quodlibetale.  Ho una proposta: proibire nei luoghi pubblici, insieme a veli, chador, burka aut similia, anche  l’uso della bandana affinché si mostri “solo ciò che appare…”. Una bella e lucida piazza. La norma, severa e rigorosa,  opererebbe in deroga da ogni immunità anche per le alte cariche dello Stato e avrebbe natura retroattiva. Proprio come la legge sul processo breve.  Naturalmente senza patteggiamento. 

venerdì 18 dicembre 2009

VA PENSIERO

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“Il pensatore”. Museo Rodin; Parigi

Libertà di espressione e di parola, censura, chiusura dei siti web “violenti” proposta da Maroni. Su questi delicati problemi l’amico Gap ha prodotto un interessantissimo post (http://vengodalontanomasodoveandare.blogspot.com) al quale mi ero accinto a rispondere brevemente. Poi lo scritto, procedendo, ha subito un processo inflativo-compulsivo inarrestabile. Così ho deciso di trasformarlo in post. A pieno merito del notevole  testo che l’ha suscitato.

                                     ***

Mala tempora currunt. Tempi duri, insomma. Il post di Gap è puntuale, preciso, commovente. E anche un pochino cialtrone, se mi si concede l'affettuoso pizzicotto. Gap cita alla grande: "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione". E' persino stucchevole dichiararsi d'accordo con un principio irrinunciabile di democrazia costituzionale elementare e sostanziale. Idee e  pensieri  DEVONO POTER ESSERE ESPRESSI NELLA MASSIMA LIBERTÀ. Su questo argomento il popolo di sinistra e tutti i democratici degni di questo nome devono vigilare e, qualora occorresse, battersi. Una vera “linea del Piave” insomma. Allora provo ad esprimere, vestendo panni che ovviamente non sono miei,  pensieri da “destravestito”. E immagino di scrivere (da destravestitissima carogna) sul mio blog, insieme ad altri tre o quatto o mille o 100 mila, che mi auguro una pronta rinascita del fascismo con annessi e connessi: olio di ricino, manganelli, sovversivi comunisti in prigione, littoria censura sulla stampa eversiva ecc. Anzi, già che ci sono, e un buona e numerosa compagnia esclamo un entusiastico “va’ pensiero” e affido ai venti che il web sospinge sulle ali della libertà, la mia ferma volontà di far rinascere i fasti del nazismo con Hitler, Gobbels, Himmler, Auscwitz, Treblinka e così  via. Immagino di far questo con altri schierati con me, le mie “idee” e i miei “valori”. Valori: termine elastico come il chewing gum e scivoloso come il ghiaccio verde della Brenva. http://it.wikipedia.org/wiki/File:Ghiacciaio_della_Brenva.JPG

  Dico anche, inoltre, e lo affermo con forza sul web e in ogni propizia occasione, che è cosa buona e giusta gasare altri 5 o 6 o 60 milioni di ebrei (meglio ammazzarli tutti così risolviamo il problema con una bella soluzione finale) nel quadro auspicabile di una salutare e purificatrice pulizia etnica planetaria. Inoltre, (i panni altrui incominciano a farmi sudare) lancio tramite Facebook un appello a tutti quelli che ci stanno (non chiedo la condivisione di idee così palesemente folli ma solo un generico endorsement), perché, nel tempo libero, girino per le strade a pestare a sangue li neggri, a incendiare le roulottes dei rom e a sbattere in quelle galere che sono i centri temporanei di identificazione e di transito (si chiamano così?) tutti quelli con la melanina permanente a brunire la faccia. Infine esprimo, sempre in nome della libertà di pensiero, massima e incondizionata solidarietà ai galantuomini ingiustamente detenuti: Riina, Provenzano, Graviano e compagnia bella invitando quotidianamente  i picciotti ad assaltare le carceri per liberarli e restituirli alle amorevoli braccia di Cosa nostra. Inoltre, da camaleontico trasformista, pubblico sul mio blog tutte le istruzioni necessarie per costruire ordigni esplosivi assortiti indicando anche gli obiettivi da colpire: sedi di partito, abitazioni di giornalisti scomodi e così via. Potrei infine fornire precise indicazioni sull’ubicazione dei negozi che vendono a buon prezzo le più pesanti miniature del Duomo di Milano allegando un elenco degli indirizzi dei titolari delle facce da colpire. Potrei anche allungare il tiro ai siti che inneggiano alla pedofilia ma preferisco evitare conati di vomito. Mi fermo dunque ma potrei esprimere “liberamente” le mie idee travestite anche su molti altri argomenti sensibili.

  Che si fa, Gap? Li lasciamo agire o li “censuriamo”? La questione è proprio quella frasetta e il principio che la regge e sospinge: “…bisogna vedere come si interviene”Caro Gap, il problema è proprio il come e il relativo cosa. Non possiamo invocare una volta, ad esempio, la mannaia per l’apologia del fascismo e la messa al bando dei proclami naziskin e un’altra sostenere un'assoluta, totale, ecumenica, onnicomprensiva  “libertà di opinione”.  A meno che non si abbia il coraggio di sostenere che questa libertà debba essere assoluta solo per le "nostre idee". Certo la questione di chi è autorizzato a decidere che cosa è violenza e che cosa no, è molto ma molto spinosa. Il problema però esiste e non si annulla ignorandolo . Per questo c’è un’opposizione democratica, per esercitare funzioni di controllo sugli atti del governo.    Per “vedere come si interviene”. E non sono “amenità”.  Certo è possibile sostenere che l’opposizione latita o addirittura che è connivente. Ma questo è un altro capitolo di un altro libro.  Che pure va letto con attenzione.  

Chi ha detto che le parole sono pietre? Spesso si trasformano anche in bottiglie molotov, bombe e, pur se de minimis non curat praetor, in miniature del Duomo sostenute da  esecrabile funzione balistica. So bene, e abbandono finalmente lo scomodo travestimento, che è del tutto ragionevole sostenere che l’impatto con la cattedrale, ancorché in scala ridotta, in qualche modo B. se l’è andato a cercare a colpi di parole e insulti a 360 gradi.

  E’ una situazione difficile Gap. Ho solo sollevato una serie di problemi, a proposito dei quali (censura o no) non ho  soluzioni pronte e a portata di mano. Inoltre quando Maroni (ma non lui solo) apre bocca sono sempre tentato di cambiar canale. Lui e tutti quelli che  “mettiamo la croce sulla bandiera italiana” e intanto officiano riti celtici alle foci del Padre Po.  Lasciamoli alla loro ignobile incoerenza.

  La ricerca dell’equilibrio, in tutti i campi, è un’arte difficile ma necessaria. Massime in politica. Fra proibire tutto ciò che non è espressamente consentito e consentire tutto ciò che non è espressamente proibito, corre ossimoricamente un abisso sottile. Corre anche la linea esile e fragile che separa libertà e arbitrio. Su questo filo però si regge la democrazia. A pensar male sempre e comunque si fa un favore a chi non pensa a quel che dice e a chi non dice quel che pensa.  Compreso il comandante La Russa che a proposito di riti e crocifissi,  or non è guari ha espresso strabuzzando gli occhi ma con esemplare chiarezza il suo  nobile, raffinato e perfettamente equilibrato pensiero: “devono morire” .  

P.S. L’autochiusura dei blog, fra l’altro, non è una specie di inconscia autocensura?

lunedì 14 dicembre 2009

L’UOMO CHE RIDE


 

Il mio elogio del silenzio è durato meno di 24 ore. L’evento, però, pretende due righe. Sto parlando, ovviamente, dell’attentato messo a segno da un pirla al fondotinta di Berlusconi. Ecco. Con indecente incoerenza sono caduto nella trappola che spesso addito nelle discussioni con famigliari, amici e conoscenti, per consentire a tutti di evitarla: ho ironizzato con sarcasmo sul volto sanguinante di B. E’ un errore grave. E quando, ieri sera, attorno a una tavola imbandita per la cena, ho assistito a sghignazzi e sorrisini mentre sul plasma appariva il volto attonito e sanguinante del presidente del Consiglio, mi sono venuti brividi di sconforto. Soprattutto perché so perfettamente che quei sorrisi, quelle battutacce crudeli, da osteria padana, non appartengono in alcun modo alla sensibilità di chi le produceva. Di chi, tuttavia, le aveva prodotte. Ripetutamente. Alzi la mano chi non si è rallegrato, o non ha visto altri farlo, alla vista dello sguardo smarrito del premier ingigantito dallo zoom delle telecamere. Se nessuno solleva il braccio significa solo che gli ipocriti sono più numerosi di quanto non si pensi.

   Mi domando: a chi risale la responsabilità di questa disumanizzazione del discorso politico? A chi ride soddisfatto delle disgrazie altrui? Troppo facile. Il meccanismo è profondo e non è questa la sede per discuterne. Anche perché so poco di psicanalisi. Però una cosa si può dire: che nasce anche da una sfida sfacciata, quotidiana, sempre più violenta condotta per oltre 15 anni da Berlusconi e dalla sua politica di esasperata autotutela protesa contro (pescando a caso nel mucchio), i “magistrati antropologicamente diversi”; contro “la Corte costituzionale che fa politica”; contro le “toghe rosse”; contro “l’opposizione che vuole abbattere il governo con mezzi sovversivi”; contro il “presidente della Repubblica di parte”. Contro ogni critica. Peggio: contro la democrazia.

  La punta più evidente di questo atteggiamento paranoicamente vittimistico è emersa recentemente a lato del processo di appello per Dell’Utri dove, sotto lo sguardo compiaciuto dell’occhiceruleo avvocato Ghedini, la “stampa libera” e proprio per questo di sicura fede berlusconiana ha trovato modo di sostenere l’inaffidabilità del pentito Spatuzza (killer al soldo dei fratelli Graviano) in quanto mafioso e, contemporaneamente, con supremo sprezzo del ridicolo, l’affidabilità del camorrista Graviano (datore di lavoro di Spatuzza) per gli stessi motivi. Ergo: se un camorrista coinvolge Berlusconi è inattendibile in quanto camorrista. Se un camorrista difende Berlusconi è attendibile in quanto camorrista. Mi sono perso qualcosa?

  Ovvio che ciò non può costituire invito all’aggressione fisica. Né può giustificare alcuna forma di soddisfazione per i fatti di piazza Duomo. Significa, molto più ragionevolmente, riaffermare il principio che le armi della critica costituiscono l’essenza stessa della libertà democratica. Della libertà tout court. E se un demente tira il Duomo di Milano in faccia a Berlusconi e se Di Pietro (non “l’opposizione” come dice Bonaiuti) sostiene che lo capisce e che B. se l’è cercata non possiamo essere d’accordo. Anche perché quei sorrisi e quelle battutacce serotine all’ora di cena sono, se possibile, ancor più pericolose del volto sanguinante del cavaliere e del gesto patologico dell’attentatore. In realtà, dietro quel sangue, l’ho visto benissimo, Berlusconi sorrideva a 30 denti (due sono stati eradicati dal duomo di Milano) e mormorava ai suoi: “Visto che avevo ragione?”. Questo è davvero grave e pericoloso. Passo e chiudo.

P.S. Appena finito di comporre questo post ho scoperto che Berlusconi dopo il ricovero in ospedale avrebbe detto al fido Bonaiuti: ''Visto, non ci credevi invece è accaduto' (dal Portale del gruppo ADN Kronos. Ref. Ign, 14 dicembre, ore 09:04). Abbiamo un premier dotato anche di poteri chiaroveggenti.

domenica 13 dicembre 2009

UNO SPARO NEL BUIO

Prelevo assumendomene tutta la responsabilità dal blog di Gap:

“Da giorni penso che questo blog "ha esaurito la spinta propulsiva", se mai l'ha avuta. Ne parli con Luz, con qualche amico al telefono e rifletti sul da farsi. C'è chi ti dice che fai male e dovresti continuare e, cosa più preoccupante, scopri che molti hanno avuto lo stesso pensiero. Chiudere bottega. Riflettendoci, è lo stesso motivo che ci ha spinto ad aprirli.

Se facessimo una indagine sul periodo di nascita di molti blog, principalmente a sinistra e similiaria, il periodo va dalla caduta del governo Prodi a subito dopo le elezioni vinte da Berlusconi. Si era mossi da sacro furore per recuperare terreno prima delle elezioni o per riprendere a combattere per alcuni, per denunciare altri ma tutti spinti da un impeto di impegno civile e politico.

Oggi scopro che Crocco 1830 vuole chiudere e non è il solo...”.

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Ecco. Forse è arrivato il momento del silenzio. Non della rinuncia. Del semplice, difficile, tormentato silenzio. Non una fuga ma un esserci diverso. La parola, c’è chi lo chiama Verbo, è creativa, sostiene sospinge, ristora, lenisce. Può anche illudere e ingannare. Soprattutto indica e prepara. Prepara l’azione. Spesso l’azione più efficace è il silenzio della riflessione. Certo non la rinuncia. Piuttosto una sosta per valutare il percorso e a pesarne i risultati. C’è un tempo per tutte le cose. Il blog non è azione né azione comune ma comunicazione. Spesso mormorio, quasi sempre esile chiacchiera. Anche se l’argomento rimbomba come Zeus megabrontes. Forse è arrivato il tempo di ricondurre lo strumento al suo uso originario: comunicazione, informazione interpersonale: “Ciao come stai? E’ un po’ che non ti sento. Ho appena letto Larsson. Tu l’hai letto?. Sei stato alla manifestazione? Ma quanti eravamo? Altro che novantamila!”

Questo sì la rete lo può fare: accorciare le distanze fino ad annullarle, farci sentire l’uno vicinissmo agli altri. Bellissimo.  Ma non basta. E’ come sparare nel buio. Senti il colpo, l’arma che sussulta nella mano, l’odore della polvere. Ma è tutto qui. L’azione-proiettile è altrove. I suoi effetti potrebbero non manifestarsi mai. Certo si potrebbe continuare a tirare nella notte. Ma il maestro zen che colpisce il bersaglio ad occhi bendati ha riflettuto molto prima di scoccare la freccia. Non tira alle tenebre. Mah. Forse sono solo cazzate. Forse. Però a volte ritornano. Arrivederci.