Tutto ha inizio alcune migliaia di anni fa. Golding lo sa bene. Per questo il titolo del suo romanzo più famoso traduce l’espressione arcaica Baal-zebub, letteralmente il signore delle mosche, citato con questa espressione nel libro dei Re (“Andate e interrogate Baal-zebub, dio di Accaron…” 2,1-2). Stiamo parlando di Satana, insomma, l’Avversario, l’Accusatore, divinità di origine fenicia con il nome di Baal, idolatrata in seguito dai cananei e chiamata da Cristo “principe di questo mondo”. Lunga è la teoria dei nomi di Baal-zebub. Da diavolo “colui che divide”, a Lucifero “portatore di luce”. Inquietante la circostanza che l’altro portatore o creatore di luce sia il dio misericordioso della Bibbia il cui lufiferente attributo coincide con le caratteristiche dell’Avversario.
La vicenda dei bimbi e bambini catapultati su un’isola corallina del tutto deserta, a causa di un incidente aereo, appare dunque segnata fin dalla prima di copertina da un fetore sulfureo.
Ecco, avverte Golding, come eravamo. E come siamo tuttora, irrimediabilmente legati alle nostre oscure origini. Proveniamo da radici crudeli e spietate che affondano in una superficie melmosa e buia. C’è, nel bel libro di Golding, un grido d’allarme urlato a gran voce davani agli occhi del mondo contemporaneo (il romanzo uscì nel 1954). Un invito pressante a riflettere, a fermarsi anche solo per qualche istante a guardare intorno a noi. Dentro di noi. Nulla è cambiato però. Quei bambini condannati dal caso ad una convivenza forzata, percorrono a ritroso in poco tempo, senza la minima deviazione, la medesima strada seguita dall’umanità nel corso di un’evoluzione durata molte centinaia di migliaia di anni. Un percorso lastricato di violenza. Con gli stessi, tragici esiti. Come allora l’unica speranza di sopravvivenza per l’Uomo-bambino è l’accettazione di alcune regole di convivenza, se non del tutto pacifica, almeno armistiziale. Norme che totemizzano nell’oggetto simbolo del potere. Dapprima nella conchiglia-scettro. Poi, in pieno parossismo, nella testa di maiale divorata dalle mosche. Baal-zebub è già presente.
La storia dei bambini sull’isola prende a muoversi dalla scoperta della grossa conchiglia di cui Ralph si impossessa. L’istinto, sempre lo stesso che guiderà l’azione del gruppo, gli dice che la salvezza di quella minuscola società risiede nello strumento che è, insieme, tromba del giudizio, cimbalo di guerra, campana di adunanza, ancora primordiale di salvezza.
“Dov’è l’uomo col megafono?” . La prima domanda indica con precisione il simbolo dell’autorità che può salvare dal caos del tutti contro tutti instaurando una gerarchia che posa reggere una sorta di solidarietà coatta del gruppo destinato però in breve tempo a trasformarsi in orda. Non conta chi lo impugna. Conta la normatività dello strumento che diventa quasi subito un’altra cosa . “Dov’è l’uomo con la tromba?” chiede Jack attirato sulla spiaggia con altri ragazzi dal suono imperioso della “zanna lucente”.
La regressione, il ritorno alle origini è già in atto: la voce umana trasmessa dall’”imbuto” trasfigura nel potere arcaico e arcano del suono puro E immediatamente si presenta l’antagonista. E’ chiarissimo. Sarà lui, Jack, a far crollare con esiti tragici l’autorità della “zanna” alla quale Ralph si aggrapperà disperatamente fino all’ultimo. E’ il grassoccio Piggy a porre per primo l’interrogativo. E’ trascorsa solo una manciata di minuti ma l’oggetto assume già i connotati autoritativi dello scettro. Piggy cerca la legge degli adulti che finora lo ha sempre confortevolmente guidato e rassicurato. Desidera una norma alla quale aggrapparsi. Vuole che la tromba squilli forte per mettere in fuga i fantasmi della solitudine e dell’abbandono, gli elfi maligni della foresta.
E ecco la conchiglia. Ralph la trova e se la tiene stretta. Chiama a raccolta i sopravvissuti con la voce eterna del mare. La storia ha inizio qui e qui finisce.
Sappiamo già quello che sta per accadere, riga dopo riga, sotto un cielo di cristallo blu. Fino all’esito tragico del sacrificio umano voluto e perpetrato da primati-bambini in nome del “ramo d’oro” strappato dalle mani di un piccolo re-della-conchiglia . Un re, dai tratti nemorensi, che deve morire. Il Signore delle mosche esige un tributo di sangue. “Prendetelo! Ammazzatelo! Scannatelo!” Simone ha il solo torto di aver rivelato la vera natura della bestia, il suo aspetto umano, la sua anima terrena e psichica. Per questo deve morire: per aver fatto luce sul mistero , colpevole di aver rivelato una verità indicibile e innominabile. Ogni rivelazione, ogni conoscenza, da Adamo a Cristo, da sempre comporta un sacrificio. La bestia è nella nostra mente e ne abbiamo bisogno per accettare e giustificare un’antica colpa, un peccato mai commesso. L’uomo, la nostra “umanità”, è morto già dal prologo.
Il lieto (lieto?) fine non inficia il senso della sconvolgente parabola che descrive una sorta di “Apocalypse now” ante litteram, densa di echi frazeriani. “Orrore, orrore…” mormora il lettore con adeguata espressione di disgusto insieme a Brando- Kurtz che sta per essere ucciso dal “nuovo re” mentre la cinepresa guidata dalla mano di Coppola, pochi secondi prima del sacrificio, con lento e apparentemente distratto movimento, inquadra un vecchio libro abbandonato su un tavolo: “The golden bough”.
Al termine delle intense pagine di Golding i ragazzi vengono salvati. Ne mancano “soltanto” due: il grassoccio e femmineo Piggy “caduto sul campo”, e il piccolo Simone, vittima sacrificale della “bestia”. Tutto si fa chiaro nella “sacra selva di Nemi”. Tutto accade perché da sempre deve accadere.

