“Se gli dei credono bene di parlare francamente all’uomo, gli parlano francamente, da gentiluomini, e non stanno a scuotere la testa e dare accenni misteriosi, come le vecchie comari…” (H. Melville “Moby Dick”)
La storia crudele del corpo di Eluana sta per concludersi. Come d’altra parte è accaduto e accadrà alle storie di tutti i nostri corpi. Delle anime non so che dire. L’argomento interessa altre visioni, altre prospettive che spesso sono state definite sovrumane, trascendenti, metafisiche, divine, ultraterrene. Per questo non mi riguardano. Tale sovrabbondanza lessicale dovrebbe presupporre tagliente chiarezza di pensiero e del suo portato: le idee. Ma, almeno nel caso Englaro, non è così. Più per l’una che per l’altra delle fazioni in lizza. Sono stati, questi ultimi 17, anni di crudelissimo tormento per Beppino Englaro e per sua moglie. Certo non per Eluana. Intendo dire per il corpo di Eluana poiché la titolare di quel complesso di ossa, muscoli, tendini, fluidi organici e microimpulsi elettrochimici, secondo l’opinione di illustri clinici, ha cessato di soffrire e di gioire, di annoiarsi e divertirsi, di temere e di desiderare. Di elaborare e gestire, insomma, quella particolare condizione del vivente che definiamo esistenza individuale o con altre consimili espressioni tutte riferentisi alla cosiddetta vita di relazione. Ma per alcuni non è questo il punto. Per Michele Brambilla, ad esempio, che quasi quotidianamente effonde torrenti di sovrumana saggezza dalla prima pagina del quotidiano diretto dal cinguettante Mario Giordano. L’assunto del Brambilla, che assume forma interrogativa, è insidioso e penetrante e riassumibile come segue. Se Eluana è proprio clinicamente e cerebralmente morta, “…qual è il beneficio che avrà nel passare dalla clinica di Lecco dov’era curata dalle suore, alla tomba? (…) dov’è l’atto di pietà nel farla morire? Dov’è l’atto d’amore?” Lasciatela dunque (vivere? Morire?) in pace. I genitori se ne disinteressino e la affidino alle amorevoli cure della suorine lecchesi che, loro sì, sanno come vanno queste cose e che cosa è giusto e ingiusto, che cosa è buono o cattivo, che cos’è vita e che cos’è morte. E ce lo spiegano somministrandocelo in nome di Dio.
Poi, per buona misura e per smisurato altruismo si preoccupa, il Brambilla, anche dei genitori della paziente (paziente? Ma se non paterit alcunché? Non possediamo neppure un lessico adeguato per argomentare sulla vicenda), manifestando “Il sospetto che come in tanti casi di eutanasia, sia chi resta – e non chi se ne va – a cercare nella fine un conforto”.
Diabolico Brambilla. Non ci aveva pensato proprio nessuno a questa eventualità. Meglio, molto meglio quindi privare i genitori del povero corpo di Eluana, del diritto indiscutibile di seppellire la figlia a 17 anni dalla morte. L’acuto commentatore de “il Giornale” ha però un merito: quello di aver centrato il nocciolo della questione. Qui non si tratta davvero, ora non più, di stabilire se la complessa struttura somatica che rispondeva al nome di Eluana possa o no essere accompagnata verso la sua fine biologica, essendo quella psicologica fatto ormai ampiamente assodato. No. Qui si tratta solo ed esclusivamente di consentire a due genitori straziati da oltre tre lustri di un’angosciosa agonia senza morte, l’elaborazione di un lutto fino ad oggi impossibile; di concedere loro la “costruzione” soprattutto interiore di un luogo deputato all’espressione più profonda del dolore per la scomparsa di un caro. Il diritto, insomma, di assistere al funerale di ciò che resta di Eluana, di piangere sulla tomba che la ricorda. In sua assenza. Perché Eluana, meglio dirlo forte e con chiarezza, non c’è più.
Ma il Brambilla continua a preoccuparsi per gli altri e si/ci chiede se siamo sicuri che Beppino Englaro “…non proverà rimorso?” . Nobile, generoso, pietoso Brambilla. E se lasciassimo al padre affranto la scelta del sollievo o del rimorso, senza tirarlo per la giacca, non sarebbe meglio? Ma Brambilla e quelli come lui sanno meglio di noi qual è il nostro meglio. Ovvio: ce lo spiegano quotidianamente vescovi, arcivescovi, cardinali e monsignori. Papa compreso, il quale è l’unico, vero, indiscutibile, genuino portavoce ed interprete delle cose celesti in questa valle di Josafat. Il clero vaticano è talmente addentro alle segrete cose dell’oltremondo che non riesce nemmeno a mettersi d’accordo con sé stesso. Sentite Paolo VI il quale afferma, a proposito del medico, che non deve “…mai accettare l’eutanasia”. Proprio quella di cui si va schiamazzando in questi giorni a proposito della Englaro. Eutanasia? Ma perché si possa parlare di eutanasia è necessario che si intenda “…procurare la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore” (Dichiarazione sull’eutanasia "Iura et bona", pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 5 maggio 1980.) Ovviamente non è questo l’obiettivo che si propongono i genitori di Eluana visto che la loro congiunta non soffre più né prova piacere o qualsiasi altra sensazione da molti anni. Dunque, almeno in questo caso, di eutanasia non si può parlare. Come si spiega bene alle pagine 8 e 9 dell’”Unità” e come chiarisce anche Adriano Sofri su “la Repubblica”.
In realtà Beppino Englaro e la moglie si trovano soli davanti alla tragica insufficienza del nostro sapere, del nostro sentire, del nostro capire. Ci muoviamo ciechi nel buio più totale. Persino il lessico è gravemente insufficiente alla bisogna. “Persona”, “Eluana”, “la paziente”, “lei”. Oggi, da 17 anni, “lei chi?”. Si congiura (o concorda) per attribuire a quel corpo oscuramente vegetante, una personalità o, almeno, lo status di persona. Ma quella persona non esiste più. Quindi anch’io, con monsignor Tettamanzi, vorrei che il clamore attorno ad Eluana “…cessasse e si aprisse lo spazio della preghiera…”. Chi può capire capisca.
mercoledì 4 febbraio 2009
ANIMA E CORPO
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2 commenti:
Caro Helios, splendide parole (come al solito). Hai espresso quello che è al 100% anche il mio pensiero. Non ho nulla in più da aggiungere se non il disgusto per il circo mediatico (all'Italiana) che il caso di Eluana ha scatenato, per l'accanimento, sia del vaticano che dei media, sul dolore di quella povera famiglia e sull'imbecillità del suddetto Brambilla,che ho la fortuna di non aver mai letto e che con sollievo so che non leggerò mai.
Un caro saluto
Infatti non commento, non posto, penso ogni tanto ai genitori, a quella madre che credo malata e a quel padre che si sta sobbarcando il clamore e il dolore, forse avrà il conforto di un altro figlio? Lo spero. E qui chiudo.
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